IL MITO E IL BELCANTO

GIOVANNI TRUNCELLITO

MARIA il noto ritratto della Callas - olio su tela cm 30 x 40 - click to enlarge
testo di

Duccio Trombadori





Il centro della composizione è sempre un occhio, avido nel suo moto circolare e attento a catturare ogni corrispondenza di senso cromatico e formale. E l'occhio, come diadema, o come sole infuocato, o come bulbo di un drappeggio appena scosso da un passaggio d'aria, ritorna a circoscrivere formalmente le immagini che Giovanni Truncellito ci consegna dipinte ma non composte in una
distaccata visione. Questi suoi prodotti della fantasia sembrano un residuo di esperienza, il resoconto di un personale viaggio agli inferi eseguito con il pathos un po' trafelato di chi ancora è sotto l'effetto di un accaduto. Infatti, Truncellito mescola la sua sapienza figurativa per allestire un teatro in cui non giocano parvenze di una mitologia vagamente allusiva e salottiera. Il tratto volutamente elegante non lo interessa tanto quanto l'urgenza di esprimere un modo di sentire e di guardare. Una simile energia motiva la visione e spinge l'autore ad una narrazione esistenzialmente condivisa, in cui la fanno da padroni i sensi, e lo inducono ai limiti di domande imperiose tanto radicali quanto senza risposta. In questi quadri c'è la eco di una decadenza ripercorsa con i modi di chi conosce il trucco neopagano della sontuosità esibita ed evocata. E si va oltre, per ottenere dall'immagine un effetto spaesante, lontano dal puro compiacimento edonistico. Accade così che un disegno di grazia preraffaellita possa incontrare i passaggi di colore diretto e acceso, tanto lontani dalla analitica sentimentale e più vicini al favolismo turbato di un surrealismo alla Savinio o alle mescolanze di genere che solo una sensibilità educata alla maniera postmoderna è capace di esprimere. In questo senso, l'arabesco di fondali imprecisati e abbaglianti di luce cosmica, dove cielo e terra si mescolano in un'inedita spazialità, fascia con evidente contrasto l'emergere di corpi umani sospesi e al tempo stesso nettamente differenziati: donne con fare di matrone, Demetre ritagliate sull'abbondanza dei loro seni e corpi maschili vaganti, perduti nel mistero di una mortale avventura che illustra un ciclo iniziatico. Truncellito è un pittore di temperamento romantico.

Egli fa prevalere il sentimento sulla forma e per questo i suoi rossi, i suoi gialli e i suoi blu non circoscrivono i loro raggio di influenza entro un ambito di gusto decorativo. Emergono invece certe ondulazioni
ricorrenti nella composizione, che non dimentica mai il moto circolare dell'occhio ed esprime la fissità di uno sguardo, la enunciata parabola di un corpo, la minerale potenza di una figura umana esalata in simbolo. In tutta evidenza la pittura qui diventa quasi un pretesto, o meglio la ancella di un regno dei misteri tutto da scoprire. Il tratto pompeiano di certe figure, così parietali nella loro disposizione aerea - come l'Orfeo, o l'Algida Voce o l'Idillio ci conduce alla prima in un'atmosfera cromatica che non ammette corrispondenze o analogie. Siamo isolati in uno scenario muto in cui la vita sembra riprodurre il suo dramma come in uno specchio: la dialettica dei sessi e la loro metamorfosi si esibisce in figure di una giovinezza senza età, attraverso paesaggi oltremondani, in cui Ganimede e Giove in forma di Aquila ripetono nel motivo della spirale quel principio circolare dello sguardo che individua la posizione formale ed espressiva di Truncellito. Ma ciò che in fondo produce una particolare meraviglia è l'effetto di un ambiente in cui ogni risonanza acustica è  improvvisamente scomparsa: lo scenario è muto, eppure vi si svolgono drammi, in una atmosfera di cataclisma, in luoghi siderali dove è difficile distinguere tra la mano di Dio e quella del Diavolo. Questo espressionismo della figurazione che soffoca il grido nel momento stesso in cui lo enuncia, è un tratto stilistico ben delineato che avvalora l'omaggio al "bel canto" tradotto da Truncellito in favola di linee e colori. La pittura può imitare la musica solo nella totale compressione del suono. La sua liricità consiste nella creazione di un luogo visivo sottratto ad ogni sconfinamento di espressione, dove restano sovrane le immagini ben aldilà di ogni cedimento al "naturale". Nelle forme noi percepiamo tutte le necessarie corrispondenze e atonie che risuonano interiormente in musiche mentali. Molto importante per Truncellito è il colore rosso: colore imperioso, difficilissimo da modellare, colore della vita che si perde per eccesso e che conduce gli umani oltre la misura loro consentita dal divino. Il rosso compare come brace di un invaso cosmico in forma enigmatica, oppure veste la sagoma di Medea senza volto, in
atto di lugubre strazio vitale, e ancora riempie una figura lavica di cipresso sorta da un incandescente fondale da cui spicca il volo desiderante del Dio rapitore, dal piumaggio di cobalto. E ancora sono rossi i diademi, i panneggi che accompagnano la positura di figure archetipiche, di originarie "regge" dove si celebrano ritualità inespresse, e si esalta l'atmosfera di attesa, la sensazione di un imminente accadere, il principio di un dramma senza fine. Il motivo del sole, dell'occhio, della spirale concentrica e includente dello
sguardo si risolve poi in un trionfo del colore rosso al cospetto del quadro "dolce e calmo" in cui la composta positura di una donna sostiene una metamorfosi di forme, aria, terra e cielo pronti a dissolvere una figura d'uomo nel loro cangiante elemento. Qui, forse, si esprime al meglio quella intenzione stilistica che intende rappresentare il dramma silenzioso della vita, ciò che la parola, e dunque il suono, enuncia solo in parte. Il pittore Truncellito
rende omaggio sicuramente al "mito" e al "bel canto" con il valore aggiunto di un'immagine che non si limita ad illustrare o ad alludere, ma entra nel vivo della creazione traendo forma dalle linee e dal colore. In questo senso il repertorio scenografico cui Truncellito si richiama, è quasi un freno o un limite all'esuberanza della sua intenzione espressiva. I corpi architettonici, le figure umane, le parabole apocalittiche finiscono per misurare il passo ad un estro visivo che punta ad esuberare nella informalità poetica, al limite
autodistruttiva, il mistero, cui il pittore dedica il tempio votivo della sua espressività è forse contenuto in quell'indistinto e caotico splendore su cui piange il destino dell'uomo quando dal magma prova ad emergere nella sua precaria identità. E la tragedia di Medea, che paga con dolore sommo il prezzo di essere divenuta troppo umana; e la tragedia dell'amore, dove l'uomo e la donna scontano l'impossibilità di una loro autentica ricomposizione. Maria
Callas affidava al suono della voce il potere rammemorante di un'eco vicinissima al dramma segreto della esistenza. E Truncellito con il suo spettacolo dipinto e insonorizzato, ha raffigurato quel canto oltremondano provando ad immaginare il luogo da cui esso ha tratto origine. Questa difficile impresa attrae più di ogni altra un temperamento artistico, perchè è rischiosa e, in un certo senso,
tremenda. Proprio come voleva il poeta Rilke che definiva "tremendo" il
principio di tutto ciò che è, o riguarda, il "bello".

Duccio Trombadori




PRINCIPIO olio su tavola intelata - particolare - click to enlarge
ORFEO olio su tela - click to enlarge
RAPIMENTO dittico - olio su tela - click to enlarge
INTERLUDIO olio su tela - click to enlarge
ARIA DI FOLLIA olio su tela - click to enlarge

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MARIE CLAIRE NEPI

CARLO FABRIZIO CARLI

CHICCA GUGLIELMI MORONE

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